Colline di Barbaresco coperte di vigneti dai colori autunnali, con case rurali sparse e le Alpi sullo sfondo
Vigneti sulle colline di Barbaresco — foto: Giorgio Galeotti · CC BY 4.0 · Wikimedia Commons

Chi arriva nelle Langhe per la prima volta di solito si ferma a guardare. Le colline si susseguono una dopo l'altra, i filari seguono le curve del terreno come linee tracciate a mano, e in cima a ogni dorsale c'è un paese, un campanile, una torre. Questa immagine, che a noi sembra quasi naturale, nel 2014 è stata riconosciuta come patrimonio mondiale dall'UNESCO con il nome di Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato. L'iscrizione è avvenuta nel giugno di quell'anno, durante la sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale che si è tenuta a Doha.

Un paesaggio costruito dal lavoro

La cosa più interessante del riconoscimento è il suo oggetto. Non è stato premiato un singolo monumento, ma un paesaggio culturale: il risultato di secoli in cui le persone hanno modellato le colline per coltivare la vite e fare il vino. Rientrano in questo racconto i vigneti, le case rurali, i borghi arroccati, i castelli, ma anche le cantine scavate nel tufo e nella roccia, i luoghi di lavorazione e perfino le tradizioni che accompagnano la vendemmia. È un patrimonio vivo, che cambia colore a ogni stagione e che continua a essere lavorato ogni giorno.

Il sito ha una struttura particolare, detta seriale. Il cuore è formato da sei aree distinte, chiamate componenti, distribuite tra le province di Cuneo, Asti e Alessandria. Le componenti coinvolgono ventinove comuni e coprono oltre diecimila ettari; intorno a loro si estende una vasta zona tampone, pensata per proteggere il paesaggio e il suo equilibrio, che abbraccia molti altri paesi delle colline.

Le sei componenti, una per una

La prima è la Langa del Barolo, con i borghi e i vigneti dove nasce il Barolo, uno dei rossi più celebri d'Italia. La seconda è il Castello di Grinzane Cavour, legato alla figura di Camillo Benso di Cavour, che qui fu sindaco e si occupò anche di agricoltura e di vino. La terza sono le Colline del Barbaresco, il territorio intorno a Barbaresco e Neive, dove il Nebbiolo dà un altro grande rosso piemontese.

Passando nell'Astigiano si incontrano Nizza Monferrato e il Barbera, colline dedicate al vitigno più diffuso del Piemonte, e poi Canelli e l'Asti Spumante, la componente più legata alla vostra base di soggiorno. Qui, nell'Ottocento, si svilupparono le prime produzioni italiane di spumante, e sotto il centro storico si allungano le grandi cantine sotterranee scavate nella collina, conosciute come cattedrali sotterranee. L'ultima componente è il Monferrato degli Infernot, nel Casalese: gli infernot sono piccoli ambienti scavati a mano nella pietra da cantoni, sotto le case, dove le famiglie conservavano le bottiglie al riparo dalla luce e dagli sbalzi di temperatura.

Cosa significa per chi visita

Per un viaggiatore, il riconoscimento UNESCO non è un biglietto d'ingresso né uno steccato. Non ci sono cancelli da attraversare: il paesaggio si attraversa in auto, a piedi o in bicicletta, lungo strade di crinale e sentieri tra i filari. Significa piuttosto sapere che ciò che si sta guardando ha un valore riconosciuto, e che la sua conservazione dipende anche dal rispetto di chi passa: restare sui percorsi, non entrare nei vigneti durante la vendemmia, non raccogliere uva, parcheggiare senza ostruire i passaggi dei mezzi agricoli.

Significa anche cambiare un po' il modo di visitare. Invece di inseguire un elenco di tappe, conviene scegliere una zona alla volta e dedicarle una giornata intera: una mattina tra le colline del Barbaresco, un pomeriggio a Canelli tra la parte alta del borgo e le cantine storiche, un'altra giornata nella Langa del Barolo. Le distanze sono brevi ma le strade sono tortuose, e la bellezza di questi luoghi sta proprio nella lentezza con cui si rivelano.

Consiglio pratico: molte cantine storiche, comprese quelle sotterranee di Canelli, si visitano solo su prenotazione e con orari che cambiano durante l'anno. Verificate sempre sui siti ufficiali delle cantine o degli uffici turistici prima di partire, e se prevedete una degustazione organizzatevi in modo che alla guida ci sia qualcuno che non beve.

Le stagioni del paesaggio

Ogni stagione racconta una parte diversa della stessa storia. In primavera i filari sono ancora spogli e si leggono bene le geometrie delle colline; d'estate il verde diventa compatto e le giornate lunghe invitano a passeggiare la sera, quando l'aria si rinfresca. Settembre è il mese della vendemmia, con i trattori sulle strade e l'odore del mosto nei paesi. L'autunno è forse il momento più fotografato: le foglie dei vigneti si colorano di giallo, arancio e rosso, e nelle mattine di nebbia le colline sembrano isole che emergono da un mare bianco. Anche l'inverno ha il suo incanto, più silenzioso, con le cime delle Alpi innevate che nelle giornate limpide si vedono all'orizzonte.

Santo Stefano Belbo si trova nel cuore di questo paesaggio, tra le colline del Moscato che collegano idealmente le Langhe e il Monferrato astigiano. Da Ca ed Giuanoto, sulla collina di San Grato a un paio di chilometri dal centro del paese, Canelli è a dieci minuti d'auto, Neive a quindici chilometri e Barbaresco a venti; la Langa del Barolo e le altre componenti si raggiungono comodamente in giornata. Per approfondire la storia del sito, gli itinerari e gli eventi legati al paesaggio, il riferimento è il portale ufficiale dell'associazione che ne cura la gestione.

Svegliarsi tra le colline del Moscato, dentro il paesaggio

Da Ca ed Giuanoto, sulla collina di San Grato, il terrazzino guarda i vigneti del Moscato d'Asti: Canelli è a dieci minuti d'auto, Barbaresco e Neive a breve distanza.